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Prima i villaggi e ora le famiglie dei palestinesi distrutte da Israele.

Dott. Vernes

17/05/2018 14:40:56

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Suad Amiry: «Israele ha paura, non può vincere sulla non violenza»

Pubblicato da ab il 17/5/18 â?¢ Inserito nella categoria: Primo
Piano,Esperienze,Testimonianze

17 mag 2018
Intervista alla scrittrice palestinese: «Li stiamo mettendo in
difficoltà: le proteste di famiglie, donne, ragazzi sono resistenza
popolare. Settantâ??anni dopo non dobbiamo restare dei numeri: quando
scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio
tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi»

Suad Amiry
di Chiara Cruciati
Roma, 17 maggio 2018, Nena News â?? «Se domani Milano, Roma, Napoli
venissero messe sotto assedio, come reagireste?». Così Suad Amiry
risponde a chi in questi giorni (governi e stampa occidentale) pare
incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del Ritorno di
Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a
Firenze per un incontro organizzato dallâ??Associazione di Amicizia
Italo-Palestinese.
Oggi i palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica,
commemorano la Nakba mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba
continua, ma continua anche la lotta palestinese per il ritorno.
Israele va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per
cosa esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da
questo: è impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione
per 11 anni, impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La
gente è disperata, davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a
70 anni dalla Nakba, quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La
mia famiglia è stata cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un
profugo che non può tornare a casa. La Nakba continua: confiscano le
nostre terre, costruiscono colonie. E ora gli Stati uniti si comportano
come centâ??anni fa fece la Gran Bretagna: Trump ha promesso Gerusalemme
agli israeliani come Balfour promise la Palestina al movimento sionista.
Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste manifestazioni sono
resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano
Israele perché è una resistenza che non può battere.
Da generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come
un fatto temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso
tempo di precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?
Per lungo tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere
viva la speranza, anche con lâ??accettazione di Israele e della soluzione
a due Stati, senza ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il
sentimento di instabilità, precarietà, preverrà impedendo la formazione
di una società normale. Lâ??altro elemento di cui tener conto è quello
dellâ??assenza, un concetto che mi ossessiona: Israele ci considera
assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri. Assenti significa
inesistenti.
Nonostante lâ??uso israeliano di forza letale senza alcuna
giustificazione, la narrazione prevalente è quella della legittima
«difesa dei confini». Il reale contesto di deprivazione e di lotta per
la libertà dei palestinesi scompaiono. � una novità nel panorama
internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?
La narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La
cultura occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una
contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.
Nei suoi libri, da «Golda ha dormito qui» allâ??ultima opera «Damasco»,
sono centrali i concetti della perdita e della nostalgia, accanto a
quello della memoria. Quanto ritrova di quei sentimenti nelle
mobilitazioni di queste settimane?
Uno dei limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle
perdite personali subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie
personali. Allora come oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso
lunedì un figlio o un marito, non vederlo tornare a casa, non trovarlo
più nella sua stanza? Qualche anno fa durante le manifestazioni in
Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu colpito dai proiettili
israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua storia, cosa ha
significato lâ??aver abbandonato la scuola, aver viaggiato allâ??estero
sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei numeri.
Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie individuali,
non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia
scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire
Nakba per ognuno di noi. E dunque per lâ??intera società, per tutto il popolo.
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Suad Amiry: «Israele ha paura, non può vincere sulla non violenza»

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